Sono diventata una persona con un gatto.

Si può pensare sia una situazione normale, frequente. Invece non è proprio così. Sono diventata una persona con un gatto ha un significato ben preciso. Il mio è un gatto di quelli appiccicosi. Ce l’ho in bagno, tenta anche di sgusciare dentro quando mi faccio la doccia, si diverte mentre digito sulla tastiera, vuole guardare lo schermo del cellulare, vuole giocare con il filo degli auricolari, riempie di peli ovunque, praticamente ormai giriamo con i vestiti cachemirati. Se non lo coccolo per più di mezza giornata si offende. Sta accoccolato tra le braccia e con gli occhi chiusi, alza la testa e ti dimostra che non lo stai accarezzando da ben trenta secondi. La mattina quando prendo il caffè lui non vuole la colazione, vuole le carezze e insiste, per chiarire quanto sia stata lunga la notte passata da solo ad aspettare.

Sono diventata una persona con un gatto.

 

Le persone con i gatti non svolgono più la vita come prima, quando il gatto non c’era. Non possono più sdraiarsi e godersi un attimo di pace, non possono più girare a gambe nude, perché il gatto fin quando è piccolo ti aspetta dietro gli angoli per fare agguati ai polpacci, non possono più avere maglioni o felpe con i cordini penzolanti, non possono più lasciare una cosa lì abbandonata fino al giorno dopo sperando di ritrovarla esattamente lì. È un’altra vita, la vita con un gatto.

 

Milo, così si chiama, è morbidissimo, ha pelo lungo e morbido come seta. Quando mi incammino sul vialetto di ghiaia del giardino dei sensi lui si precipita, nascondendosi tra un broccolo e l’achillea, balzando tra gli zucchini o nei cavoletti di bruxelles con le loro foglie giganti, catturando qualsiasi cosa passi sulla sua traiettoria. A volte compie balzi così alti rincorrendo non si sa cosa e pare acchiappi l’aria, poi scopri che era un minuscolo moscerino che sta masticando con voracità.

 

Non posso fare a meno di coccolarlo, di condividere le situazioni, di baciarmelo e ridere, perché fa ridere quando salta come un canguro nell’erba per beccare un insetto, quando dà la caccia alle tortore sentendosi un leone e loro con eleganza volano via nemmeno tanto in fretta, per dimostrargli che non c’è storia, cosa credi di fare minuscolo essere senza ali, tu non puoi nemmeno alzarti e volare sul filo in cima al palo della luce, devi stare attaccato a terra e non c’è speranza, salvo forse qualche lucertola.

 

L’abbiamo trovato in un cespuglio, attirati dal suo richiamo, con il bacino rotto. L’abbiamo curato e in tre mesi è tornato come nuovo. Adesso ne ha sette di mesi, ed è un adolescente viziato. Il veterinario dice che miagola sempre. Non è vero, lui parla. Ti dice esattamente quello che pensa e non si può sbagliare, non sono la sola a capirlo. Mi intenerisce quando alza la coda per salutarmi, quando torno a casa, quando mi passa di fianco mentre cerca una preda da qualche parte, quando mi raggiunge in giardino.

 

Sono diventata una persona con un gatto. È definitivo.

 

 

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