Essere temprati dal vento

Ho parlato del mio orto, e ogni volta che lo guardo mi viene in mente lei. Questa è l’intervista che ho fatto a Francesca Pachetti per il quotidiano La Voce qui. Più che intervista direi che l’ho invitata a parlare liberamente di sé e il risultato è travolgente. Non poteva essere diverso, lei è travolgente. Non se ne rende nemmeno conto. Dice che ha sempre voluto restare nascosta ma basta che scriva, ed è subito anima. Sta ottenendo grandi riscontri, non solo per il suo libro “La Raccontadina”, ma per ciò che lei è e quello che le persone vedono, quello che traspare senza fare nemmeno fatica, quello che non si può nascondere, perché è la sua natura.

 

“In questo periodo, con l’uscita del libro, è aumentata la notorietà, sempre più persone mi stanno cercando, richiedono presentazioni del libro, mi fanno un sacco di complimenti per quello che scrivo. Questa cosa mi imbarazza molto, perché è come se mi aveste scoperto, io che tendo a rimanere nascosta. È come se aveste scoperto il mio vento freddo, perché comunque dietro e dentro di me c’è sempre questo vento freddo, il vento freddo che arriva da Nord, quello che cerco di contrastare, o meglio: cerco di riscaldarmi con le mie parole, cerco di accendere piccoli fuocherelli in modo da non morire di freddo. Quando mi dite “brava”, quando mi dite “ti ho scoperto” io mi sento un po’… così. Perché se apprezzate quello che scrivo vuol dire che avete visto il vento freddo e allo stesso tempo riuscite a vedere anche i piccoli fuochi che accendo quotidianamente. Il vento non smette mai di soffiare e quindi devo accenderli ogni giorno, per questo mi è necessario scrivere quasi quotidianamente”.

“Io scrivo da sempre, la prima parola che ho scritto è stata “baci” e me l’ha insegnata mia nonna. Ho la necessità di scrivere sempre perché mi è difficile parlare, o meglio dialogare. Il dialogo si fa con due o più persone. Nel dialogo ci sono altri tempi, perché l’altra persona aspetta una risposta alla domanda, una risposta che a volte non c’è. A volte ho bisogno di cercarla, a volte mi serve più tempo per trovare le parole giuste, per una risposta che mi appartiene. E siccome mi è difficile dialogare, ho iniziato a scrivere, la scrittura ha un altro battito, ti dà il tempo di trovare quello di cui hai bisogno, una parola giusta, un’emozione giusta, un pensiero che girava nella testa e sei riuscita ad acchiappare per trasformarlo”.

“Sono 12 anni che faccio questo lavoro, che mi sono riavvicinata alla terra, perché provengo da una famiglia di contadini. A 5 anni lavoravo già come lavoro ora. Se da ragazza scappai dalla terra e da quella fatica perché non avevo ancora gli strumenti per capire quello che invece la terra poteva darmi, con il riavvicinarmi da grande mi sono arrivate tutte le risposte che cercavo. È stata una decisione presa quando mi sono trovata davanti a un bivio. Ero educatrice in un asilo nido e mi spostavo dall’asilo nido alle scuole materne, ai centri per disabili psichiatrici adulti e centri estivi, quando sono rimasta incinta di mio figlio. Iniziai a pensare che mio figlio avrei dovuto affidarlo a una struttura mentre io crescevo i figli degli altri. Così mi licenziai; davanti a casa mia c’era una grande terra e chiesi che mi fosse affidata. Quando mi fu concessa, inizialmente coltivavo per il fabbisogno della mia famiglia e vendevo piccole quantità ai gruppi di acquisto. Facevo, e faccio tuttora, laboratori per i bambini, dove ciascuno ha il suo pezzettino di terra e fa il percorso dalla semina al raccolto”.

“Poco alla volta mi ingrandii, perché mio marito poco dopo la nascita di nostro figlio si ammalò di tumore cerebrale. Ad oggi sono sette anni che è deceduto. E quindi ancora di più ho avuto la necessità di stare vicino a mio figlio e provvedere al nostro mantenimento. La terra nel frattempo ha fatto un grosso lavoro su di me perché ha spostato oltre tutti i miei limiti, mi ha insegnato sempre di più a stringere i denti, ad andare avanti, mi ha fatto forte, tutta d’un pezzo… e pezzi di cuore. Quindi ho avuto la forza di allargarmi, impensabile star fuori casa per un lavoro di otto ore. Non lavoro otto ore, ne lavoro dodici per 365 giorni l’anno ma mio figlio è con me e vive in un ambiente naturale e proseguiamo insieme serenamente”.

“In tanti mi chiedono sempre: ma poi cosa farai? Io non lo so, sicuramente la mia strada è la terra e il cielo. Il cielo perché mi ha insegnato la direzione dei venti e la direzione dei sogni, e la terra perché mi ha dato una radice. Io non ho un luogo in cui tornare, dove so che qualcuno mi aspetta. La terra invece mi accoglie sempre, ogni volta che ritorno. Se sbaglio non mi giudica ma mi insegna a fare meglio la volta successiva. È il mio nido la terra, perché mi abbraccia, è una grande guida e una grande maestra per me, ogni giorno imparo qualcosa, ogni giorno. Imparo dall’alba, dal tramonto, dalle piantine che nascono, dal rospo, dal lombrico, dalle galline, da tutto. Per me questo è molto importante perché sono sempre stata una persona con l’impulso a una forte ricerca, mi sono sempre spostata tanto, ho sempre avuto tante domande e poche risposte che ho sempre cercato ovunque. Ho iniziato a trovarle qui, nella terra, allontanandomi da tutte le sovrastrutture della società. Le ho trovate nel silenzio. Le ho trovate nel seme, se-me, il sé è me, l’essere è in me, tutto è in me, quindi anche la risposta è in me. E questo l’ho trovato qui”.

“Questa è la mia storia. Vista da fuori appare una vita alla quale aspirare, può apparire una vita molto idilliaca, ambientata in questi scenari, terra, fiori, api e farfalle, albe e tramonti. Quello che ci si dimentica è che dietro a questa facciata, dietro e dentro, c’è una smisurata fatica. C’è un essersi fatti davvero forti, resistenti. Essere stati temprati dal sole, dal freddo, dal vento, dalla pioggia, dal gelo, dalla grandine. Questo è perso di vista, anche se essere temprati dalla vita, dalla vita stessa, è il più bel regalo che potessi ricevere. Non so quanti siano disposti, di fatto, a resistere a tutto ciò perché questa vita è un po’ come una maratona. Devi mantenere il tuo passo, non lanciarti a perdifiato, devi prenderla secondo le tue resistenze e le tue forze, piano piano spostare i tuoi limiti mentre rafforzi i muscoli ed ecco che arrivi alla fine. Al traguardo di fatto non c’è nessuno ad aspettarti, ma ci sei tu. Al traguardo ci sei tu, che ti sei raggiunta. Raggiungerti, questo è il traguardo”.

 

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