Gaziantep

Mio figlio mi invia un messaggio: cambio posto, ho l’aereo tra poco. Viaggia per lavoro continuamente. Ho smesso di farmi sensi di colpa inutili, quelle insistenze materne delle chiocce che vogliono tenere sotto controllo i pulcini anche quando sono diventati galli. In realtà lo faccio per senso del dovere, quello di tentare di tenere a mente tutti i suoi spostamenti e destinazioni. A volte mi confondo tra una settimana e l’altra. E comunque non ci riesco.

Alla comunicazione in questione ho domandato e dove atterri? A Gaziantep. Momento di silenzio. Digito: mi prendi in giro? E per risposta mi arriva la foto del biglietto aereo. Da Istanbul a Gaziantep in linea d’aria ci sono poco più di 800 chilometri.

 

Così scopro, cercandone notizie, che è la più grande città dell’Anatolia Sud Orientale e capoluogo di provincia. Una vera metropoli indicata come la città di indiscussa grande cucina. Tripadvisor addirittura cita le 10 migliori cose da vedere. In un museo c’è persino la statua di Charlie Chaplin. Città universitaria con vari atenei, un museo di mosaici antichi, giardino zoologico, museo militare, parco immenso, strade larghe e ben curate.

Gaziantep dista da Aleppo circa 90 chilometri, due città divise da confini e una guerra inumana. Gaziantep è meta dei rifugiati, arrivano a frotte, e si sono costruiti nuovi quartieri, nuovo commercio e ancora proseguono a costruire palazzi, cantieri ovunque. Così si formano quelle città nelle città dove i rifugiati provano a rifarsi una vita, con parenti e amici lontani, in Siria, a pochi chilometri da lì.

 

E mi soffermo a pensare a quanto poco conosco di questo mondo, a quanto poco conosco i popoli, le persone, ce ne sono 7 miliardi e più che vivono, quale vita, quali emozioni, quali lotte, quali grandi vittorie.

Sconosciuti che condividono lo stesso suolo che calpesto io, di questa Terra che solo a me pare gigante, e poi è ricoperta soprattutto d’acqua figurati quanto poche sono le terre emerse, e tutti i 7 miliardi lì, stipati in quelle poche spanne a rovinare tutto quanto c’è e a rovinarsi l’un l’altro.

Mi capita ogni volta, di perdermi in queste riflessioni, ogni volta che sento parlare qualcuno che vive in un posto lontano o che scopro nuove realtà, come Gaziantep.

 

Al suo ritorno mio figlio mi ha portato una scatola di Baklava, dolci tipici fatti da una ditta di pasticceria della città. Tutto scritto in turco, non importa, sono i dolci più squisiti che io abbia mangiato da parecchio tempo, praticamente fatti con tutto quello che farebbe inorridire tutti quelli che strepitano (a ragione): viva l’alcalino!

E poi, davvero, volevo celebrare il mio incontro con questa metropoli sconosciuta, la food city turca.

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