Quasi infinito

Apro Google per operare una ricerca e invece mi compare: oroscopo del giorno, black-friday, estrazione numeri vincenti, quinta puntata (di che?) e altre robe del genere. No, io voglio sapere quanti zeri ci sono in 10¯43.

Quarantatré, è chiaro. Mi indirizza su un sito inglese che conferma la nascita dell’Universo: 13,8 miliardi dianni fa. A me ne risultano 15 ma cosa me ne faccio di 1,2 miliardo in più o in meno. 10¯43 misura il tempo in secondi. Cioè zero-virgola-quarantatré zeri-uno. Un’infinitesima parte di secondo, che non può nemmeno essere pronunciata. Infatti è chiamata Tempo di Plank, così non se ne parla più e non si sta ogni volta a contare quanti zeri ci sono, che persino i neuroni di rifiutano.

 

Ma la magia di questo numero di infinitesimi di secondo risiede in ciò che rappresenta. Credo sia l’unico numero che ricordo da qualche decennio, da quando portai a casa il volume “Nel mistero dell’Universo, edito nel 1995 da DeAgostini, quando ancora lavoravo in Casa Editrice.

 

Si legge che l’Universo nacque 15 miliardi di anni fa. “Una punta di spillo di materia superdensa ed estremamente calda eruttò in un lampo ardente creando persino lo spazio stesso.” E questo è il punto zero. A 10¯43 secondi inizia l’azione: la gravità si separa come forza. Lo spazio e il tempo iniziano ad esistere. Qualche zero in meno dopo, l’Universo è così piccolo che lo si potrebbe vedere solo al microscopio.

Pensiamoci, mi sono detta, quando sto ingigantendo troppo le cose, quando le vedo come grandi macigni con le mandibole aperte che vogliono fagocitarmi.

È tutto nella mia testa.

Da adesso posso dire ai macigni che alle 10¯43 non esistevano nemmeno, che non facciano tanto i gradassi.

 

Il libro in questione ha l’introduzione scritta da Stephen Hawking. Dice che la scienza si spinge sempre più lontano nello spazio, mentre analizza la materia scendendo nell’infinitamente piccolo.

Trovo sia una metafora illuminante da applicare alla vita e all’idea che abbiamo di noi stessi.

Questo studio dell’infinitamente piccolo incontra delle difficoltà, esiste un limite invalicabile. Non si può pensare di costruire macchinari sempre più potenti per accelerare sempre di più le particelle per studiarle e vederne gli effetti. Avevo letto da qualche parte, anni fa, che per studiare davvero l’origine dell’Universo occorrerebbe un acceleratore dal diametro uguale a quello della Terra, suppergiù.

Una particella con una lunghezza d’onda più piccola di un milionesimo di miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo di centimetro, avrebbe un’energia così potente da trasformarsi in un buco nero collassando in se stessa.

 

Abbiamo un limite. Scientificamente. La trovo una notizia sensazionale. Possiamo forse rilassarci un pochino nella frenesia compulsiva di oltrepassare i limiti per arrivare al massimo punto di espansione, che rappresenta anche il massimo punto di esaurimento. Perché non è che ci impegniamo ad andare oltre ciò che ci limita in noi stessi; cerchiamo modelli fuori di noi pensando siano il punto da raggiungere.

La massima espansione è dentro, si trova nello studio dell’infinitamente piccolo, quello che occorre per spingersi sempre più lontano nello spazio.

 

Un bel respiro profondo. Anche due.

“Il fatto che esista una lunghezza d’onda che pone un limite all’infinitamente piccolo, significa che il campo dell’Universo investigabile non è del tutto infinito.

Oh là. Andava detto, grazie Hawking.

Siamo immersi in un quasi-infinito.

Trovo sia liberatorio e mi mette una certa allegrezza.

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